|
|
1月30日 E' mai possibile che come Antonio Di Pietro apre bocca, scatena un putiferio? Ma cosa ha detto, questa volta, a Piazza Farnese, giorno 28 Gennaio 2009?
Leggiamo le sue parole rivolte al Presidente Napolitano, senza prosciutto sugli occhi!
Signor Presidente, lo sa che questa mattina si sta cercando,
ancora una volta, di farci lo scherzetto che è stato fatto a Piazza
Navona? Credo che in una civile piazza dei cittadini italiani abbiano
il diritto di manifestare. Si può non essere d'accordo su quanto
abbiamo fatto e su quanto stiamo facendo, ma è un nostro diritto,
garantito dalla Costituzione, poter dire che quello che fanno
determinate persone non ci convince? Ci possiamo permettere, signor
Presidente della Repubblica, di accogliere in questa piazza anche
qualcuno di noi che non è d'accordo su alcuni suoi silenzi? Possiamo
permettercelo o no? O siamo degli eversori? Siamo dei cittadini normali
che ci permettiamo di dire a lei, signor Presidente della Repubblica,
che dovrebbe essere l'arbitro, che a volte il suo giudizio ci pare poco
da arbitro e poco da terzo. Lo possiamo dire o no? Noi la rispettiamo,
abbiamo il senso delle istituzioni, vogliamo essere tranquilli. Oggi,
un cittadino ha messo un manifesto, uno striscione, dove senza
offendere nessuno dice “Napolitano dorme, l'Italia insorge”. Perché lo
hanno sequestrato? Chi ha ordinato di sequestrare questo manifesto?
Perché non c'è possibilità di manifestare senza bastoni, senza nulla?
Stiamo semplicemente dicendo che non siamo d'accordo sul fatto che si
lasci passare il lodo Alfano, che non siamo d'accordo sul fatto che si
criminalizzino le persone che fanno il loro dovere, che non siamo
d'accordo sull'oblio che hanno le istituzioni nei confronti di questi
familiari delle vittime, che non siamo d'accordo nel vedere terroristi
che vanno a fare gli insegnanti e informare a loro modo le cose, che
fanno i saputoni e poi vediamo le vittime del terrorismo e della mafia
che vengono dimenticate e abbandonate a se stesse. Lo possiamo dire o
no? Rispettosamente, ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un'altra:
il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un
comportamento mafioso. Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio.
Noi ribadiamo che c'è necessità di una nuova legge elettorale che ridia
in mano ai cittadini la possibilità di scegliersi i propri dipendenti.
Vogliamo una legge che risolva il conflitto d'interessi. Vogliamo al
più presto una legge che preveda la non candidabilità delle persone
condannate, una legge che preveda l'impossibilità di assumere incarichi
di governo, locale e centrale, di persone rinviate a giudizio. Vogliamo
una legge che non preveda più la possibilità a quelle imprese, di cui
imprenditori sono stati condannati, di partecipare a gare e ad appalti
della pubblica amministrazione. Si deve sapere che quando c'è un Romeo
preso con le mani nel sacco una prima volta, non ci può essere una
seconda volta, e per non esserci c'è bisogno di stabilire delle regole.
Tutto queste cose noi chiediamo alle istituzioni, e per queste cose ci
appelliamo a lei signor Capo dello Stato, lo faccia un discorso
coraggioso, dica che devono andare fuori dal tempio i mercanti, dica
che devono andare fuori dal Parlamento i condannati, lo dica e noi
l'approveremo e troverà striscioni diversi. Non si lamenti se poi
qualcuno vede nel silenzio un accondiscendenza.
E' tempo di far sentire sempre di più la propria voce, nel Parlamento e
nelle istituzioni, dove possiamo. Ma sa, là ci considerano eversori
perché vogliamo che la legge funzioni. Si sono invertiti i termini del
gioco.
Vogliamo essere sempre più presenti, nelle piazze e nelle città, da
Piazza Navona a Piazza Farnese, di piazza in piazza, questa primavera,
subito dopo che saranno finite le scaramucce elettorali (perché non
vogliamo essere accusati che lo facciamo per fini elettorali) metteremo
in piedi un altro grappolo di referendum, perché vogliamo contribuire
attraverso i referendum il risveglio della coscienza civica dei
cittadini, di non lasciarli nell'oblio delle veline, che come nuovo
olio di ricino addormentano le coscienze. Noi cominceremo quindi subito
e a quegli amici, agli amici di Ponzio Pilato, quando ci diranno che
non raggiungeremo il quorum, diremo: “Zitto ragazzo, zitto che siamo in
mezzo al mare, è inutile che dici che non raggiungiamo la riva. Nuota
in questo mare e cerca di portare l'Italia in una democrazia migliore”." ----------------------- Zitto, Veltroni, Zitto! Nuota, nuota con vigorose bracciate, se non vuoi abbandonarti alla deriva, per sempre!
1月22日 Ecco un'altra lettera di dimissioni dall'ANM, molto densa di significati, forte, con la giusta grinta di chi sa di essere nel giusto. Alla Dott.ssa Nuzzi tutta la nostra stima ed il nostro affetto, incondizionati, che si aggiungono a quelli già espressi per tutti i Magistrati della Procura di Salerno.
Alla Associazione Nazionale Magistrati - ROMA
Signor Presidente,
Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.
Il
plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano
politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è
per me insopportabilmente oltraggioso.
Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.
Sono
stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata
di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle
istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle
funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del
nulla giuridico e di un processo sommario.
Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.
Quale
la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente
adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali
ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.
Avere risposto
ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante
realtà che, però, doveva rimanere occultata.
Né lei, né alcuno
dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha
sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la
gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde
l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e
non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor
associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o
dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di
ogni Magistrato: la ricerca della verità.
Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.
Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.
Il popolo saprà che è giusto così.
E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.
L’Associazione non intende entrare nel merito. Chiuso.
Nel
dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle
solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa)
sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare
“condanna”: “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.
Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.
Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.
Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.
Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?
Un “sistema”
in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei
fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli
sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di
sangue?
Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio
silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale,
dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?
Un “sistema”
asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente
rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare
la carriera di brillanti successi?
Mi dica, Signor Presidente,
quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare?
Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi
palesemente delinque?
E quali i virus?
E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il
modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza
degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?
Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.
Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.
E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.
Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.
La
repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico,
si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e
l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di
Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende,
francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami,
ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.
Mentre
siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio
un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e
dell’indipendenza della Giurisdizione.
Non gli orticelli privati.
Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.
Per
quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà
e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state
ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei
principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve
essere eguale per deboli e potenti.
So di avere accanto le
coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e
combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.
Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.
Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.
Io preferisco rappresentarmi da sola.
Dott.ssa Gabriella NUZZI Magistrato1月21日
 LA DIVULGAZIONE DELLE POCHE VERITA' IN CIRCOLAZIONE E' UN DOVERE PER OGNI CITTADINO. GRAZIE AL DOTT. LUIGI DE MAGISTRIS, EX PM DI CATANZARO E, ATTUALMENTE, GIUDICE DEL RIESAME PRESSO IL TRIBUNALE DI NAPOLI.
di Luigi De Magistris
da MicromegaonlineL’altro
giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la
bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente
frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana. Pensavo
al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa,
che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di
cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non
piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed
indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello
che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere
alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni
Falcone e degli uomini della sua scorta. Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni.
Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione”
di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione
illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di
adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti
della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo
a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una
deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto
costituzionale di questo Paese.
Pensavo a quello che può fare
ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai,
l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere
il popolo, con tutti i suoi limiti.
In attesa di quel fresco profumo di libertà
– del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci
batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i
diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che
vivono nel nostro Paese – che ci farà comprendere quanto concreto sia
il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia
giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci
dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei
progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo
quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale,
l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza
della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi –
che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza
ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere
costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe
svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.
Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico
di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare
riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire
(anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno
dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a
nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma
rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza,
libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela – anche con
il sistema dell’autogoverno – tende, in realtà, a voler governare,
dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata
dei manovratori del potere.
Ma non bisogna avere timore. La
storia – ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti
quando essi saranno pubblici – ci faranno capire ancor meglio di quanto
tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di
prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali
ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).
Quello
che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa
del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti
indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non
si disorienti, diventi attore principale – nel suo piccolo ma nella
grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori – della salvaguardia dei valori costituzionali.
Ognuno
di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte
idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore
ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei
momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo
esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza,
senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da
“clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione
Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono
tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con
riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le
complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena
consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino
Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di
molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non
doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai.
Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino
nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono
magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti
adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.
Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso
la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti
onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione
intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da
rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato.
Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti,
la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione –
nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della
Costituzione – anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta
condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.
Che
può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario
che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un
Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che
può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico
Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al
conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono
esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?
Credo
che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in
questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non
dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura
– innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più
baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di
pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro –, senza pensare
a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che
possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della
Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia.
In
tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con
coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il
trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice
Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non
avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra
coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la
testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il
rispetto di tutti (anche dei nostri avversari).
Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci”
e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in
cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro
interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende
di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.
Ai giovani
colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per
questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di
perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando
questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e
che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un
istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre,
sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la
mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta
nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della
Costituzione Repubblicana.
Non ascoltate quelle sirene,
anche interne alla nostra categoria, che vi inducono – magari in modo
subdolo e maldestro – a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion
di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme
sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei c.d. “poteri forti”.
Le riforme – anzi le controriforme – ci saranno comunque, forse saranno
terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e
con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di
agorafobia.
L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza.
Ed
essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo,
dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi
sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono
pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere
criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal
sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti
criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro
Paese.
Sono convinto che la magistratura non soccomberà
definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza
paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella
solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve
decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare
fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze
del suo agire.
La paura rende gli uomini schiavi, così come le
decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono
destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le
persone che le rappresentano.
Quindi, in definitiva, la storia
la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella
consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari
anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è
deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere,
nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà,
giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i
cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.
------------------------------------ FACCIAMO DIVENTARE DELLE MEGA CATENE DI SANT'ANTONIO TUTTI GLI SCRITTI DI DE MAGISTRIS E DEI TANTI MAGISTRATI CHE NON SI PIEGANO A LOGICHE O COMPORTAMENTI IN CONTRASTO CON LA CARTA COSTITUZIONALE.
1月20日
Resistere, Resistere, Resistere! Ma Com'è possibile? L'Italia paga, oggi, il regalo della Democrazia da parte degli Stati Uniti d'America. Nessun regolamento di conti tra il Popolo e chi reggeva la situazione; nessuna guerra civile, per sancire la definitiva lontananza da qualsivoglia regime (qualcuno ha invano atteso i Tank Sovietici fino alla fine degli anni settanta). Nessun bagno di sangue per la ritrovata liberta (?) che, tutti, stiamo oggi pagando con una Libertà ed una Democrazia che sono caricature, mere caricature.
di Uguale per TuttiOggi è stata scritta una delle pagine più buie della storia della magistratura italiana.Riportiamo qui sotto la notizia con la freddezza di un lancio di agenzia. Oggi due magistrati sono stati trasferiti e uno è stato addirittura sospeso dallo stipendio (misura che si comminava prima per condotte – E NON PER PROVVEDIMENTI - gravissime come una ipotesi di corruzione o simili) perché hanno scritto un provvedimento giudiziario che non è piaciuto al potere. Come questo possa essere ritenuto compatibile con gli articoli 101 (« i giudici sono soggetti soltanto alla legge») e 107 ( «i magistrati sono inamovibili») della Costituzione resta un autentico mistero. Come una qualunque riforma fatta da Berlusconi possa porre l’indipendenza della magistratura in una condizione peggiore di quella in cui l’ha posta questo C.S.M. è un altro mistero.
L’effetto intimidatorio di questi provvedimenti su tutti i magistrati, che da domani, quando uno dei tanti avvocati/onorevoli in giro per i Tribunali o uno dei tanti capi di uffici giudiziari amici di questo o quel potente uomo politico li minacceranno rispetto al possibile contenuto di questo o quel provvedimento, si vedranno passare davanti l’immagine del Procuratore Apicella privato dello stipendio solo per il contenuto di un atto giudiziario da lui approvato, è evidente.
Cosa abbiano in comune con la maggior parte dei magistrati italiani quelli che stanno al C.S.M. e ai vertici dell’A.N.M. (che hanno applaudito sui giornali all’iniziativa del ministro Alfano) è difficile comprenderlo.
Da oggi, comunque, l’indipendenza dei magistrati, che è sempre stata compressa più di ogni altra cosa, non esiste più neppure formalmente.
Della democrazia in questo Paese non è rimasto più niente. Solo vuote parole per imbonire un popolo di sudditi.
E' una notte profondissima. Abbiamo il cuore a pezzi e un dolore profondo nell'anima.
Non siamo stati capaci di difendere ciò per cui tanti sono morti.
Abbiamo tradito tutti i colleghi assassinati per non essersi piegati all'ingiustizia e Giorgio Ambrosoli e Guido Rossa e Vittorio Bachelet e ogni singolo poliziotto e carabiniere caduto in servizio e ogni onest'uomo che ha sacrificato il proprio interesse a quello di tutti.
Ci hanno consegnato un patrimonio di valori pagato con le loro vite e noi abbiamo permesso che fosse buttato via per le brame di potere di pochi.
La storia si incaricherà, come sempre, di farci pagare a caro prezzo questo tradimento.
da Ansa.it del 19 gennaio 2009
ROMA - E’ contenuto in una ventina di righe il dispositivo della decisione con la quale la sezione disciplinare del Csm ha disposto la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio del procuratore di Salerno Luigi Apicella e il trasferimento dei suoi colleghi Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, del pg di Catanzaro Enzo Jannelli e del suo sostituto Alfredo Garbati. “La sezione disciplinare del Csm, visti gli articoli 13, secondo comma e 22, primo comma del decreto legislativo 23 febbraio 2006 n. 109, in parziale accoglimento della richiesta del pg presso la Cassazione e del ministro della Giustizia dispone: - la sospensione cautelare facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio nonché il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura del dott. Luigi Apicella, con corresponsione al medesimo di un assegno alimentare nella misura sancita dall’articolo 10, secondo comma del decreto legislativo n. 109 del 2006”; - il trasferimento cautelare provvisorio dei dottori Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, sostituti procuratori della Repubblica presso il tribunale di Salerno all’attuale sede e dalla funzione requirente; - il trasferimento cautelare e provvisorio dei dottori Enzo Jannelli, procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Catanzaro e Alfredo Garbati, sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Catanzaro, dall’attuale sede e dalla funzione requirente”. La sezione disciplinare inoltre “rigetta la richiesta di trasferimento cautelare provvisorio dei dottori Domenico De Lorenzo, sostituto pg presso la Corte di appello di Catanzaro e Salvatore Curcio, sostituto procuratore presso il tribunale di Catanzaro, applicato alla procura generale presso la Corte di appello di Catanzaro”. 1月1日
Dal Blog di Carlo Vulpio, il giornalista a cui è stata tolta la Cronaca (Corriere della Sera) sulle inchieste di De Magistris (Poseidone, Toghe Lucane e Why Not?). Da questo coraggioso e mai domo giornalista possiamo continuare a seguire vicende che altrimenti cadrebbero nell'oblio più totale. Grazie Carlo.
Il servizio che Carlo offre a noi utenti della Rete, vale più della pubblicazione su una qualsiasi testata giornalistica e i lettori della Rete sono molto più numerosi di quelli che leggevano il Corriere della Sera. C'è, tra l'altro, il vantaggio di leggerle GRATIS!
PARTE 3 (30.12.2008)
Il Sud è strapieno di case di cura. Forse è per questo che sono pochi gli ospedali pubblici che non fanno schifo. Per esempio, a Belvedere Marittimo (Cosenza), novemila abitanti, di case di cura ve ne sono ben tre. E una di esse è la “casa di cura Cascini”, di cui abbiamo già detto.
Altre case di cura (convezionate, naturalmente) che rivestono un certo interesse per il vento che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro sono quelle che operano nelle fiorenti province di Caserta, Napoli, Avellino e Benevento, dove partecipano in maniera rilevante alla proprietà di una società editoriale, la “Edizioni del Roma Spa”, che edita il quotidiano napoletano “Roma”.
Il giornale, fondato nel 1862, è legato al nome dell’armatore monarchico Achille Lauro, con il quale sul finire degli anni Cinquanta conobbe il suo momento migliore. Poi, la rovina. Da cui inutilmente cercò di sottrarlo Giuseppe Tatarella, uno degli artefici della trasfigurazione del Msi in An, che nel 1996 ne tentò il rilancio.
Oggi il “Roma”, come quotidiano, praticamente non lo legge più nessuno. Ma nella società che lo edita c’è mezza Alleanza nazionale.
Vi troviamo Ettore Bucciero, il senatore più prolifico di interrogazioni parlamentari contro il pm Luigi de Magistris, e l’ex viceministro delle Infrastrutture, Ugo Martinat, con il quale lavorava Giovan Battista Papello, consigliere d’amministrazione dell’Anas in quota An, indagato in Poseidone. Poi ci sono Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, e Gianfranco Anedda, ex parlamentare e fino a poco tempo fa presidente della prima commissione del Csm, in quota An. E infine il giornalista napoletano (del “Roma”) Italo Bocchino, deputato dal ’96, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto a causa del suo coinvolgimento nella “Tangentopoli napoletana”. Bocchino è anche molto legato ad Amedeo Laboccetta, un altro deputato napoletano (Pdl).
Laboccetta, quando era capogruppo missino nel consiglio comunale di Napoli, venne arrestato con l’accusa di avere intascato mazzette per i lavori della Linea tranviaria rapida. Grande amico di un altro indagato eccellente in Toghe Lucane, Nicola Buccico, ex senatore di An, ex membro del Csm e attualmente sindaco di Matera, Laboccetta si è rifatto vivo con ardore per sostenere la “rivolta” dei magistrati indagati di Catanzaro contro la procura di Salerno che li indaga.
In tre mosse, Laboccetta ha fatto vedere chi è. Per prima cosa, ha definito “eversiva” la deposizione di de Magistris davanti ai giudici salernitani. Poi, ha invocato l’intervento dei presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani (che in effetti erano le uniche alte cariche dello Stato a non essere ancora intervenute). Infine, ha cercato di buttarla in gossip da quattro soldi, insinuando addirittura una sorta di sexgate tra de Magistris e la pm Gabriella Nuzzi. Roba da trivio. Ma ignorata dai media, dal Parlamento e dalla solita Anm, che in un altro Paese per una cosa del genere avrebbero spellato vivo uno come Laboccetta.
Gianfranco Anedda ha fatto anche di meglio. Sembra incredibile, ma pur non facendone più parte, Anedda ha partecipato alla seduta della prima commissione del Csm in cui sono stati auditi i magistrati di Salerno e ha anche rivolto loro domande. Ora, poiché Anedda risulta coinvolto sia nell’inchiesta Toghe Lucane (che il pm de Magistris è riuscito a chiudere ad agosto scorso), sia nell’inchiesta condotta dalla procura di Salerno, è curioso che finora nessuno abbia sollevato nei suoi confronti una questione di conflitto di interessi o abbia ipotizzato un qualche abuso d’ufficio. Mentre sembra che le attenzioni, dalla richiesta degli atti alle audizioni, siano tutte per i sette (diconsi sette: Luigi Apicella, Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Gabriella Nuzzi, Roberto Penna, Vincenzo Senatore e Dionigio Verasani) magistrati di Salerno che conducono l’indagine sul più grande scandalo giudiziario dell’Italia repubblicana.
Ma non è mica finita qui. Il capitolo, diciamo così, finale, quello riguardante il ruolo svolto in questa storia da autorevoli membri del Csm è ancora più incredibile.
Per dirne una, chi lo avrebbe mai immaginato che un indagato eccellente (in Toghe Lucane) come il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, oltre che grande amico di Nicola Buccico e di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori sguinzagliati da Clemente Mastella su de Magistris e ora, ovviamente, tra i candidati più accreditati per il posto di procuratore capo di Perugia), avesse rapporti così stretti con alcuni membri del Csm da intrattenere con loro una confidenziale e intensa corrispondenza epistolare?
Con Giuseppe Maria Berruti, per esempio, presidente della seconda commissione del Csm, Tufano era così vicino, ma così vicino, da chiedergli di intervenire proprio sulla vicenda che gli stava più a cuore: Toghe Lucane.
Che poi Berruti facesse parte del collegio che ha pronunciato la sentenza di condanna nei confronti di de Magistris non è un’insinuazione, ma puro sberleffo del destino.
PARTE 4 (31.12.2008)
Non ci voleva la zingara per indovinarlo. E infatti la prima richiesta di trasferimento è arrivata puntuale. Il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm di mandar via da Salerno, destinandolo ad altra sede e ad altre funzioni, il procuratore Luigi Apicella.
Il Csm deciderà sulla “richiesta urgente” il 10 gennaio prossimo, con una camera di consiglio straordinaria. Ma intanto, il messaggio è chiaro. Via il capo dei pm salernitani. Perché? Quale sarebbe la mancanza disciplinare commessa da Apicella (e dai suoi sostituti)? Boh. L’unica cosa che Apicella e gli altri sei pm salernitani hanno fatto è di aver indagato sui magistrati di Catanzaro. I quali, gridando che contro di loro si stava commettendo niente di meno che un atto eversivo, quasi che i magistrati di Catanzaro non debbano rispondere come tutti i cittadini davanti alla legge, hanno, loro sì, commesso un vero atto eversivo, contro-indagando i loro indagatori e contro-sequestrando le carte che non volevano mollare con le buone (sette richieste vane) e che i magistrati di Salerno hanno dovuto sequestrare come si fa in tutti i sequestri.
Il resto è noto. La grancassa dei giornali e delle tv ha lanciato lo slogan della “guerra tra procure” e non si è più capito chi aveva ragione e chi aveva torto. Rovesciato il tavolo, volate per aria le carte, non si è più colta la differenza tra chi giocava pulito e chi barava.
Ma non se l’è bevuta nessuno. Tutti hanno capito che Salerno ha fatto ciò che doveva fare, mentre Catanzaro ha fatto ciò che non si può e non si deve fare. Ora vedremo cosa deciderà il Csm. Ma non c’è da farsi illusioni. Certo però che se il Csm manderà via Apicella dovrebbe mandar via anche i sei sostituti che con lui hanno condotto l’operazione-Catanzaro. Né sarà sufficiente mandarne via uno o due di qua (Salerno) e uno o due di là (Catanzaro) per dimostrare che la “guerra” è finita e che tutti sono stati “ugualmente” puniti. Anche se è vero che il Csm ci ha abituati a tutto.
E tuttavia, se ne manderà via “due di là” (Catanzaro) nessuno se ne accorgerà o li rimpiangerà. Se invece ne manderà via “due di qua” (Salerno), quei due, scommetteteci, saranno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Del resto, è questa l’unica strada per il salto di qualità: passare dal “colpirne uno per educarne cento” al “colpirne due per intimidirne diecimila”.
Naturalmente, c’è chi questi problemi non li vive e non li avverte. Anche se li crea. Prendete il membro del Csm Giulio Romano, per esempio. Lui può permettersi di avere rapporti strettissimi con l’ex “governatore” calabro Giuseppe Chiaravalloti, indagato dal pm Luigi de Magistris, e ciononostante essere l’estensore e il relatore della sentenza disciplinare di condanna nei confronti di de Magistris.
Romano ha partecipato, assieme a Chiaravalloti, a convegni organizzati dalla corrente di Magistratura Indipendente con ambienti di destra, e patrocinati dal ministero della Gioventù, anche nel 2008, dopo essersi occupato di de Magistris.
Quando Romano si candida per un posto nel Csm, fa campagna elettorale in Calabria appoggiato dalla figlia di Giuseppe Chiaravalloti, Caterina, anche lei magistrato (faceva il presidente del tribunale del Riesame - che decide su arresti e sequestri anche per i crimini nell’amministrazione pubblica - mentre suo padre era presidente in carica della Giunta regionale).
Una sera Caterina Chiaravalloti organizza persino una cena elettorale per Giulio Romano e ha il pensiero stupendo di invitare anche la pm Isabella De Angelis (che in quel momento indagava insieme con de Magistris). Ma la De Angelis fiuta la trappola e non ci va.
Romano però dev’essere uno che conta anche quando non è presente. Lo si comprende da alcune intercettazioni dell’inchiesta Toghe Lucane. Quando la pm di Potenza, Felicia Genovese, indagata tra l’altro per corruzione in atti giudiziari, parla del suo caso con il membro della prima commissione del Csm, Antonio Patrono, questi la rassicura, dicendole che si sarebbe occupato della vicenda e ne avrebbe parlato anche con Giulio Romano.
Avere un legame con qualcuno del Csm, ormai è chiaro, è come avere uno zio in America. Fa tanto “famiglia”. Mentre se quel qualcuno non ce l’hai, be’, sono affari tuoi.
Simone Luerti, l’ex presidente dell’Anm, per esempio, aveva legami stretti con Fabio Roja. Se da zio a nipote, non sappiamo. E non ci importa. Ciò che ci interessa è che dagli atti dell’inchiesta di Salerno risulta che Fabio Roja avrebbe partecipato a una riunione di magistrati in cui avrebbe manifestato la sua prevenzione nei confronti di de Magistris (che Luerti attaccava da presidente dell’Anm). Non solo. Roja avrebbe anche riferito che il gip Clementina Forleo sarebbe stata punita (notare il tempo al futuro) dal Csm per aver difeso pubblicamente de Magistris.
Certe cose però o si fanno bene o non si fanno. E Roja le fa bene. Se c’è da lavorare, per esempio, non si risparmia. E così, anche se non fa più parte della prima commissione del Csm (proprio come Gianfranco Anedda, che stakanovistj della madonna…) è andato lo stesso alle audizioni dei magistrati di Salerno e ha fatto pure domande. Senza che nessuno (proprio come per Anedda, uguale uguale…) abbia sollevato questioni di conflitto di interessi o ipotizzato un abuso d’ufficio. Che spettacolo.
Un altro spettacolo non meno interessante va in scena a Matera. Dove il gup Angelo Onorati (uno dei magistrati coinvolti in Toghe Lucane), in quattro udienze non è ancora riuscito a decidere se rinviare a giudizio o no i vertici della banca della sua città, la BpMat (Banca popolare del Materano), accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e di mendacio bancario.
Come dicevamo all’inizio, BpMat è una delle tre banche, insieme con Bper (Banca popolare dell’Emilia Romagna) e BpI (Banca popolare dell’Irpinia) che compaiono nelle inchieste di quel testardo pm che è de Magistris.
Bper è la più forte, visto che controlla le altre due, ma è BpMat il perno di tutto, mentre BpI è da sempre considerata la banca più “vicina” al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino.
A proposito di Mancino, e sempre per restare in tema Csm, ve la ricordate la sua intervista a “Repubblica”, in prima pagina, il giorno stesso in cui cominciava il processo disciplinare per de Magistris?
In quell’intervista Mancino dichiara che de Magistris aveva sbagliato.
Il vicepresidente del Csm, in altri termini, ha fatto ciò che non doveva fare: ha anticipato il giudizio. Uno sbaglio non voluto? Può darsi. Ma allora perché alla fine del processo contro de Magistris Mancino concede il bis? Violando il segreto della camera di consiglio, infatti, Mancino dichiara che la decisione su de Magistris è stata presa “all’unanimità”. Evviva. Così tutti hanno saputo. E hanno capito.
Ma ciò che ancora non è stato chiarito bene è il capitolo delle telefonate con Antonio Saladino. Per quelle risalenti al 2001 Mancino si è giustificato dicendo che erano state fatte sì dal suo studio privato di Avellino, ma che a telefonare a Saladino era stato un suo collaboratore. Sarà. Certo è però che questo collaboratore di Mancino dev’essere un po’ troppo apprensivo per le vicende di Saladino, se è tornato a intrattenere contatti telefonici con lui proprio nei giorni in cui Saladino – siamo nel febbraio 2007 – veniva sottoposto alle perquisizioni dell’inchiesta Why Not.
Non solo. Ci sarebbe anche un’altra telefonata, che sarebbe stata fatta da Saladino verso l’abitazione privata di Mancino ad Avellino. Questa chiamata, come va considerata?
Infine, non per insistere, né per accanirsi contro nessuno, ma forse meriterebbe un chiarimento, da parte di Mancino, la conversazione che egli avrebbe avuto con un tale signor Bossio a bordo del volo AZ 1605 Roma-Bari del 14 dicembre 2007. Oggetto di quel colloquio - secondo la denuncia fatta alla procura di Salerno dal giornalista Nicola Piccenna, che era su quel volo e ha registrato la conversazione – era la raccolta di elementi per “fermare” de Magistris.
Per quest’anno, direi che abbiamo finito.
Buon 2009 a tutti.
Buon Anno anche a te carissimo Carlo, al tuo coraggio, al tuo essere convintamente di parte ... QUELLA GIUSTA!
|