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11月29日

I MAGISTRATI MORTI PER DIFENDERE LO STATO

MA I MAGISTRATI POSSONO ANCHE NEUTRALIZZARSI IN MODO DIVERSO
QUALCHE ESEMPIO? Carlo Palermo, Luigi De Magistris, Clementina Forleo e tantissimi altri...
ELENCO DEI MAGISTRATI DECEDUTI IN "NOME DELLA REPUBBLICA ITALIANA"
1 Agostino Pianta
2 Pietro Scaglione
3 Francesco Ferlaino
4 Francesco Coco
5 Vittorio Occorso
6 Riccardo Palma
7 Girolamo Tartaglione
8 Fedele Calvosa
9 Emilio Alessandrini
10 Cesare Terranova
11 Nicola Giacumbi
12 Girolamo Minervini
13 Guido Galli
14 Mario Amato
15 Gaetano Costa
16 Gian Giacomo Ciaccio-Montalto
17 Bruno Caccia
18 Rocco Chinnici
19 Alberto Giacomelli
20 Antonino Saetta
21 Rosario Angelo Livatino
22 Antonio Scopelliti
23 Giovanni Falcone
24 Francesca Morvillo
25 Paolo Borsellino
26 Luigi Daga

Il dr. Agostino PIANTA, il giorno 17 marzo 1969, era intento al lavoro nel suo ufficio, allorchè faceva ingresso nella sua stanza tale Loris Guizzardi il quale aveva insistito per parlare con il Procuratore della Repubblica. Il Guizzardi porgeva al Procuratore un certificato di detenzione e mentre quest'ultimo stava leggendo il documento, scaricava improvvisamente contro il magistrato 4 colpi di arma da fuoco determinandone in breve tempo la morte. Successivamente, identificato l'uccisore, questi risultava essere un pregiudicato, sottoposto a libertà vigilata, che aveva riportato numerose condanne, tra l'altro per omicidio e tentato omicidio, dalla Corte di Assise di Mantova e da quella di Brescia. Il Guizzardi, interrogato, dichiarava di non aver conosciuto in precedenza il dr. Pianta e di non avere subìto alcun torto da lui, ma di averlo deliberatamente ucciso perchè il magistrato rappresentava in Brescia la Magistratura che ingiustamente lo aveva condannato.

Il dr. Pietro SCAGLIONE, il giorno 5 maggio 1971, si recava in Palermo al Cimitero dei Cappuccini per visitare la tomba della moglie; quindi proseguiva a bordo dell'autovettura di servizio guidata dall'agente di custodia Antonio Lo Russo per raggiungere il Palazzo di Giustizia di Palermo; improvvisamente, tre assassini esplodevano contro il magistrato e l'agente numerosi colpi di arma da fuoco che ne determinavano la morte; gli uccisori si dileguavano immediatamente.

 Il dr. Francesco FERLAINO il giorno 3 luglio 1975 verso le ore 13,30 stava rientrando nella propria abitazione a Lamezia Terme provenendo da Catanzaro dove aveva svolto la consueta attività lavorativa quale Avvocato Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro. Egli, mentre stava scendendo dall'autovettura in prossimità dell'abitazione, veniva attinto alla schiena da due colpi di fucile esplosi da due sconosciuti che si trovavano a bordo di un'autovettura Alfa-Romeo; al fatto erano presenti altre persone di passaggio.

Il dr. Francesco COCO, il giorno 8 luglio 1976, mentre stava rincasando in Genova facendo ritorno dall'ufficio, veniva colpito a morte da alcuni colpi di rivoltella, esplosi alle spalle a bruciapelo, e nello stesso modo perdevano la vita gli agenti di scorta il brigadiere Giovanni Saponara e l'appuntato Antioco Deiana. Dalle indagini svolte nelle immediatezze, risultava che l'agguato era stato compiuto da cinque persone. Due ore dopo il fatto criminoso, nell'aula della Corte di Assise di Torino, dove si stava celebrando il processo a carico di noti appartenenti all'organizzazione terroristica denominata «Brigate Rosse» (tra cui, Curcio, Franceschini, Ferrari), uno degli imputati leggeva un messaggio nel quale la detta organizzazione rivendicava la paternità del triplice omicidio. L'efferato episodio trovava indubbia causa nell'intendimento dei terroristi di volere punire il comportamento tenuto dal Procuratore Generale nel 1974 in occasione della liberazione del sostituto procuratore della Repubblica Mario Sossi, sequestrato per vario tempo dalle «Brigate Rosse». In particolare, onde ottenere la liberazione del dr. Sossi, la Corte di Assise di Appello di Genova aveva concesso la libertà ad alcuni detenuti, subordinando l'effettiva scarcerazione alla condizione che fosse assicurata l'integrità fisica del dr. Sossi; peraltro, quest'ultimo, una volta liberato, presentava la frattura di una costola e segni di pregresse lesioni, per cui il dr. Coco, Procuratore Generale, non eseguiva l'ordinanza di scarcerazione dei detenuti, la impugnava per cassazione ottenendone l'annullamento dalla Suprema Corte.

 Il dr. Vittorio OCCORSIO, il 10 luglio 1976 verso le ore 8,15, lasciava la sua abitazione sita in Roma Via Mogadiscio, per recarsi in ufficio presso la Procura della Repubblica, da solo a bordo della propria autovettura; a poca distanza, all'altezza di Via Giuba, veniva attinto da raffiche di mitra esplose da una o più persone a bordo di una motocicletta; il magistrato, colpito in diverse parti del corpo, decedeva immediatamente. All'interno della autovettura, venivano rinvenuti alcuni stampati con i quali il «Movimento Politico Ordine Nuovo» rivendicava l'esecuzione del magistrato, ritenuto colpevole «di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori».In realtà, il dr. OCCORSIO aveva proceduto all'istruzione di due distinti procedimenti a carico di numerosi esponenti e militanti del movimento suindicato, imputati di ricostituzione del partito fascista. Il primo processo era stato definito in primo grado con sentenza del 21 novembre 1973 della 1ª Sezione Penale del tribunale di Roma, a seguito della quale il Ministro dell'interno aveva ordinato lo scioglimento del movimento; il secondo processo, mentre era in corso di trattazione avanti la 3ª sezione penale pure del tribunale di Roma, era stato sospeso con ordinanza del Collegio in data 27 gennaio 1975, avverso la quale il dr. Occorsio aveva proposto ricorso per cassazione, accolto dalla Suprema Corte. Il magistrato, negli anni '70, aveva, altresì, istruito il processo per la strage avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano - Piazza Fontana - presso la Banca Nazionale della Agricoltura, collegata agli attentati avvenuti in pari data nella Capitale; detto procedimento, in sede dibattimentale era stato rimesso all'autorità giudiziaria di Milano per motivi di competenza.

Il dr. Riccardo PALMA era direttore dell'ufficio VIII della Direzione Generale per gli Istituti di prevenzione e pena, che si occupa di edilizia penitenziaria. Il 14 febbraio 1978, il predetto lasciava la sua abitazione sita in Roma Piazza Lecce 11 verso le ore 9,30 per raggiungere l'ufficio presso il Ministero di Grazia e Giustizia; giunto in Via Forlì, mentre stava per salire sulla propria autovettura ivi parcheggiata, veniva colpito da raffiche di mitra  Il magistrato, attinto al torace ed al viso decedeva immediatamente.

Il dr. Girolamo TARTAGLIONE percorreva una brillante carriera in magistratura, ricoprendo posti di merito quale sostituto procuratore della Repubblica a S. Maria Capua Vetere ed a Napoli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, consigliere della Corte di Appello di Bari; nonchè successivamente svolgeva la sua attività prima come applicato al Massimario della Corte di Cassazione e poi come Consigliere della Corte, addetto alle sezioni penali, con assegnazione anche alle Sezioni Unite Penali. Espletava le ulteriori funzioni quale Avvocato Generale presso la Corte di Appello di Napoli, e, quindi, nel 1976 veniva collocato fuori ruolo per esercitare le funzioni di direttore generale degli Affari Penali, presso il ministero di Grazia e Giustizia. La sua competenza ed attività nel settore penale, penitenziario, della criminologia erano conosciute ed apprezzate anche all'estero. Il giorno 10 ottobre 1978, il magistrato subiva un'azione terroristica che lo conduceva a morte; l'attentato era rivendicato da organizzazioni sovversive.

Il dr. Fedele CALVOSA, il giorno 8.11.1978, subiva un gravissimo attentato in Patrica riportando ripetute ferite da arma da fuoco che ne provocavano il decesso per "shock traumatico ed emorragia consecutiva". Il delitto veniva rivendicato da formazioni politiche eversive.

Il dr. Emilio ALESSANDRINI profondeva notevolissimo impegno nell'istruzione del processo per la strage di Piazza Fontana, dopo che il procedimento era stato trasmesso all'autorità giudiziaria di Milano per incompetenza di quella di Roma. Il 29.1.1979, verso le ore 8,30 il magistrato accompagnava con la propria autovettura il figlio Marco alle vicine scuole elementari; quindi, si dirigeva verso la propria abitazione per ivi parcheggiare il mezzo e poi recarsi a piedi in ufficio, presso la Procura della Repubblica. Fermatosi all'incrocio tra Viale Umbria e Via Muratori in Milano, ove era collocato un semaforo, veniva aggredito da due persone, facenti parte di un gruppo più ampio di cinque, che gli si avvicinavano esplodendogli contro numerosi colpi di pistola, che provocavano la subitanea morte del dr. ALESSANDRINI. Poco più tardi nella stessa mattinata, l'omicidio veniva rivendicato, tramite una telefonata alla redazione di un giornale, dall' "Organizzazione Comunista Combattente Prima Linea"; di eguale tenore era un volantino diffuso poco dopo.

Il dott. Cesare TERRANOVA dal 1958 al 1971 prestava servizio al Tribunale di Palermo quale giudice istruttore penale; nel 1971 veniva nominato Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Marsala (dove prendeva servizio nel giugno dello stesso anno). Collocato in aspettativa per motivi elettorali il 20 maggio 1972 veniva eletto alla Camera dei Deputati per il collegio XXVIII/Catania, ed in tale legislatura faceva parte della IV Commissione Giustizia, nonchè partecipava in qualità di segretario alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della «mafia» in Sicilia. In data 2 luglio 1976, veniva rieletto deputato per la VII legislatura.Al termine della legislatura, il dott. TERRANOVA, con istanza in data 14 giugno 1979, chiedeva di essere richiamato in ruolo dall'aspettativa per mandato parlamentare e destinato al tribunale di Palermo con funzioni di Consigliere istruttore. Il Consiglio Superiore, con deliberazione del 10 luglio 1979, lo richiamava in servizio assegnandolo alla Corte di Appello di Palermo in qualità di consigliere, e di tale ufficio il magistrato prendeva possesso il 31 agosto 1979.Il 25 settembre dello stesso anno, verso le ore 8,30, il dott. TERRANOVA, a bordo della sua vettura, si apprestava a lasciare l'abitazione per recarsi in ufficio, allorchè veniva fatto segno di colpi d'arma da fuoco, che ne determinavano il decesso. Insieme a lui veniva colpito il maresciallo dr P.S. Lenin Mancuso, che pure decedeva poco dopo.

Il dr. Nicola GIACUMBI. La sera del 16 marzo 1980 stava per rientrare a casa in Salerno assieme alla moglie, allorchè due individui scendevano da una macchina parcheggiata in prossimità dell'abitazione e, avvicinatisi al magistrato, esplodevano contro di lui numerosi colpi d'arma da fuoco che ne provocavano la morte. L'esecuzione veniva rivendicata dall'organizzazione terroristica denominata «Brigate rosse - colonna Fabrizio Pelli».

Il dott. Girolamo MINERVINI ha svolto una intensissima attività in magistratura, profondendo il suo impegno in settori vari e distinguendosi in tutti per l'apporto professionale, culturale ed organizzativo fornito. Già in giovane età, negli anni dal 1947 al 1956, veniva assegnato al Ministero di Grazia e Giustizia - Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena -, dove dirigeva nell'ultimo periodo l'Ufficio II (personale di custodia). Trascorreva, quindi, un lungo periodo presso la Procura generale della Cassazione in qualità di applicato prima di tribunale e poi di appello; nel 1968 veniva nominato segretario presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo un breve periodo, durante l'anno 1973, nel quale prestava servizio presso la Corte di Appello di Roma in qualità di consigliere, faceva ritorno al Ministero di Grazia e Giustizia con funzioni di capo della segreteria della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena.Quindi, nel novembre 1979 era ricollocato in ruolo e destinato alla Procura Generale della Cassazione con funzioni di sostituto.Il 18 marzo 1980 a Roma, a seguito di un'azione terroristica, il dott. Minervini veniva ucciso. Il delitto era rivendicato da formazioni politiche eversive.

Il dott. Guido GALLI svolgeva le funzioni di giudice istruttore penale presso il tribunale di Milano. Il suo impegno culturale e professionale nel campo del diritto veniva esercitato anche in sede universitaria, nel cui ambito il dott. GALLI teneva corsi di criminologia prima presso l'Università di Modena e successivamente presso quella di Milano.Il 18 marzo 1980 era vittima di un'azione terroristica che ne causava la morte. Il delitto era rivendicato dalla formazione politica eversiva denominata «Prima linea - sezione Romano Tognini».

Il dott. Mario AMATO svolgeva funzioni di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Rovereto dal settembre 1971 a metà anno 1977. Il 30 giugno di detto anno prendeva servizio presso la Procura della Repubblica di Roma sempre in qualità di sostituto. Nell'esercizio delle funzioni in Roma, istruiva delicatissimi processi concernenti il c.d. «terrorismo nero», ricevendo minacce ed «avvertimenti» di vario genere.Il 23 giugno 1980, mentre si trovava presso la fermata dell'autobus che doveva portarlo presso gli uffici della Procura in Piazzale Clodio, il magistrato veniva colpito con un colpo di arma da fuoco alla testa e decedeva nelle immediatezze.L'uccisione veniva rivendicata da formazioni politiche eversive.

Il dott. Gaetano COSTA, il giorno 6 agosto 1980 verso le ore 19,15, usciva dalla sua abitazione in Palermo per effettuare una passeggiata a piedi. Egli si trovava nella centrale Via Cavour sul marciapiede di fronte a quello ove era posta una sala cinematografica; improvvisamente, veniva colpito alle spalle da uno sconosciuto con tre colpi di pistola. Ne conseguiva il decesso del magistrato.Il dott. Costa, dal 1966 al 1978, esercitava le funzioni di Procuratore della Repubblica a Caltanissetta e nel luglio 1978 prendeva possesso del nuovo ufficio di Procuratore della Repubblica di Palermo.

Il dott. Gian Giacomo CIACCIO-MONTALTO, entrato in magistratura nel 1970, veniva assegnato nel settembre 1971, con il conferimento delle funzioni giurisdizionali, alla Procura della Repubblica di Trapani in qualità di sostituto. In detta sede, il giovane magistrato mostrava un impegno elevatissimo affrontando nel modo più adeguato indagini e problematiche processuali delicatissime in campo mafioso.Il 25 gennaio 1993, a seguito di un grave attentato, il magistrato veniva ucciso con colpi di arma da fuoco.

Il dott. Bruno CACCIA svolgeva tutta la sua attività in magistratura espletando funzioni requirenti, prima come sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Torino, poi come Procuratore della Repubblica di Aosta e successivamente come sostituto procuratore generale presso la Procura Generale di Torino; nel 1980 veniva nominato Procuratore della Repubblica di Torino.Il dott. Caccia si segnalava per avere partecipato negli anni 74-75 con il massimo impegno e diligenza all'istruzione (prima da solo e poi con il Giudice Istruttore) del gravoso ed imponente processo contro gli appartenenti alle «Brigate rosse» che si erano resi colpevoli del sequestro del Sostituto Procuratore di Genova dott. Mario Sossi e di altri efferati delitti (il processo era stato spostato per competenza a Torino ai sensi dell'art. 60 C.P.P. previgente).Il 26 giugno 1983 in Torino, il magistrato subiva un gravissimo attentato terroristico che, a causa delle numerose ferite da arma da fuoco riportate al capo ed al corpo, ne provocava la morte.

Il 29 luglio 1983 verso le ore 8,10 del mattino, in Via Giuseppe Pipitone Federico in Palermo, all'altezza del civico 59 ove abitava il dott. Rocco CHINNICI, Consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, esplodeva violentemente una Fiat 126 pieno di carica di esplosivo. Nell'occorso decedevano il dr. Chinnici, (il quale si apprestava a salire in macchina per recarsi in Tribunale), il Maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi e l'Appuntato Salvatore Bartolotta, addetti al servizio di scorta del magistrato, nonchè il portiere dello stabile Stefano LiChinnici.Il magistrato, nominato Consigliere istruttore aggiunto presso il Tribunale di Palermo nel gennaio 1975 e Consigliere istruttore del medesimo ufficio nel gennaio 1980, dava un apporto decisivo nell'organizzare in modo adeguato e razionale l'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, nell'intento di intervenire ed incidere in modo efficace e duraturo sul gravissimo fenomeno mafioso; all'uopo, conduceva e concludeva indagini di assoluta rilevanza e delicatezza, avvalendosi di un pool di colleghi di alto valore, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sacchi; venivano ferite anche 19 persone, fra le quali quattro Carabinieri addetti pure alla tutela del dr.

I Carabinieri di Trapani rinvenivano, il giorno 14 settembre 1988 alle ore 8,35 sulla Via Falconara di Locogrande (centro nelle vicinanze di Trapani) il cadavere del dr. Alberto Giacomelli, già presidente della Sezione penale del Tribunale di Trapani, collocato in pensione il 1 maggio 1987. Il cadavere, supino sul margine destro dell'indicata via, era posto dietro l'autovettura di proprietà dell'ex-magistrato, presentava un colpo di arma da fuoco alla regione temporale destra ed un altro al lato destro dell'addome. Le indagini successivamente svolte in sede giudiziaria evidenziavano che il delitto era stato organizzato e portato a compimento da componenti della criminalità organizzata locale.

La sera del 25 settembre 1988, intorno alle ore 22, il dott. Antonino SAETTA, Presidente della 1ª Corte d'Assise d'Appello di Palermo, partiva in macchina assieme al figlio Stefano da Canicattì, dove la moglie esercitava l'attività di farmacista, per raggiungere la sua abitazione in Palermo. Mentre stava percorrendo la S.S. 640 in direzione di Caltanissetta, all'altezza del km. 48,500, l'autovettura del magistrato veniva affiancata da altra autovettura i cui componenti incominciavano ad esplodere colpi di arma da fuoco contro il dr. Saetta ed il figlio, così facendo per tutto il sorpasso, e provocando, tra l'altro, la rottura del parabrezza e dei vetri degli sportelli. La macchina del magistrato si fermava circa 100 metri in avanti in posizione di normale sosta, per cui, gli assassini, non sicuri che gli occupanti del mezzo fossero deceduti, scendevano dalla loro autovettura e colpivano ancora ripetutamente le vittime in modo definitivo.Il dr. Saetta ha svolto una lunga carriera esercitando molteplici funzioni, quale giudice di tribunale a Caltanissetta e Palermo, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca, Consigliere di Corte di appello a Genova e Palermo, Presidente di Sezione presso la Corte di appello prima di Caltanissetta e, poi, di Palermo

Il dott. Rosario Angelo LIVATINO svolgeva funzioni di sostituto procuratore della repubblica presso il Tribunale di Agrigento nel periodo del 24 settembre 1979 all'agosto 1989; in data 28 agosto 1989 veniva trasferito al Tribunale di Agrigento in qualità di giudice addetto alla sezione penale.Nell'espletamento di entrambe le funzioni, il magistrato si occupava di delicati procedimenti concernenti persone associate alla mafia. Il 21 settembre 1990 alle ore 8,45 circa, il dott. Livatino si allontanavano in macchina da Canicattì dove risiedeva per recarsi in Agrigento presso il Tribunale; giunto a 5 Km da quest'ultima località, venivano esplosi vari colpi di arma da fuoco contro di lui, il che determinava la rottura del parabrezza anteriore e del lunotto posteriore del suo mezzo. Il magistrato, rilevato di essere bloccato da altro autoveicolo, faceva marcia indietro andando ad urtare contro il gard-rail, scendeva dall'auto e fuggiva a piedi attraverso la scarpata sottostante, ove, inseguito dagli aggressori scesi da una motocicletta, veniva colpito in modo mortale.

Il dott. Antonio SCOPELLITI svolgeva la carriera di magistrato nell'esercizio di funzioni requirenti, come sostituto presso la Procura della Repubblica di Roma e, per diversi anni, presso quella di Milano; veniva, poi, nominato magistrato di appello applicato alla Procura Generale della Cassazione ed in prosieguo Sostituto Procuratore Generale. Nell'espletamento sia delle funzioni di merito che in sede di legittimità, più volte era titolare, in sede requirente, di processi di notevole rilievo. In data 9 agosto 1991 verso le ore 17,25, il dott. Scopelliti, in ferie nella terra d'origine, stava percorrendo a bordo della sua autovettura la strada provinciale di collegamento tra Villa S. Giovanni e Campo Calabro, allorchè era affiancato da altra vettura, dalla quale venivano esplosi due colpi di arma da fuoco che colpivano il magistrato nella parte sinistra del collo; l'auto con a bordo il dott. Scopelliti precipitava in un vigneto sottostante capovolgendosi, ed il predetto decedeva.

Il dott. Giovanni FALCONE, entrato in magistratura nel 1964, svolgeva le funzioni giurisdizionali quale Pretore di Lentini, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Trapani e giudice pressolo stesso Tribunale; nel luglio 1978 veniva trasferito al Tribunale di Palermo ove esercitava le funzioni di giudice istruttore penale; nell'ottobre1989 veniva trasferito alla procura della Repubblica di Palermo in qualità di procuratore aggiunto. Nel marzo 1991 era collocato fuori ruolo per assumere l'incarico di Direttore generale degli Affari Penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia.Il dott. FALCONE, unitamente ai consiglieri istruttori dell'epoca e ad altri colleghi dell'ufficio instruzione, dava un impulso eccezionale alle indagini intese a circoscrivere e debellare il fenomeno mafioso. Tra le indagini più rilevanti va ricordato il processo a carico di Spatola Rosario e altri 119 imputati, avente ad oggetto i reati di associazione a delinquere, traffico di stupefacenti, ricettazione ed altri illeciti penali, con collegamenti con altre pericolose associazioni mafiose nazionali ed internazionali (la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio constava di 1000 pagine). Di gran rilievo, era il lavoro svolto dal dott. FALCONE, unitamente ai colleghi Paolo Borsellino - Leonardo Guarnotta - Giuseppe Di Lello, nell'istruzione del procedimento penale contro Abbate Giovanni + altri 706 imputati (c.d. maxiprocesso), ai quali era contestata la perpetrazione di circa un centinaio di omicidi, l'associazione per delinquere di stampo mafioso, lo spaccio di grandi quantità di droga ed altri delitti (la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio constava di oltre 8000 pagine raccolte in 40 volumi).Il 23 maggio 1992, il dott. Falcone, unitamente alla moglie dott.ssa Francesca MORVILLO anch'ella magistrato, faceva ritorno mediante aereo militare a Palermo proveniente da Roma. I predetti stavano percorrendo, a bordo di un'auto blindata scordata da altre due vetture blindate, l'autostrada che congiunge l'aeroporto di Punta Raisi con Palermo, allorchè, all'altezza della località «Capaci», aveva luogo una violentissima esplosione che creava un profondo cratere nella sede stradale. Nell'occorso, perdevano la vita i due magistrati e gli agenti Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifano .

La dott.ssa Francesca MORVILLO decedeva, appunto, assieme al coniuge Giovanni FALCONE nell'attentato di Capaci il 23 maggio 1992.Nel corso della carriera, esercitava le funzioni di giudice del tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, di Consigliere della Corte di appello di Palermo. All'epoca dell'attentato, era componente della Commissione per il concorso di accesso in magistratura

Il dott. Paolo BORSELLINO, entrato in magistratura nel 1964, esercitava le funzioni giurisdizionali quale giudice del Tribunale di Enna, pretore di Mazara del Vallo e di Marsala; nel 1975 prendeva servizio presso il Tribunale di Palermo ove svolgeva le funzioni di giudice istruttore penale; nel luglio 1986 veniva nominato procuratore della Repubblica di Marsala, e nel marzo 1992 faceva ritorno negli uffici palermitani assumendo le funzioni di procuratore della Repubblica aggiunto.Il dott. BORSELLINO, unitamente a Giovanni FALCONE, faceva parte, nel periodo della sua permanenza presso l'ufficio istruzione penale del tribunale di Palermo, del pool di magistrati (diretto dai Consiglieri istruttori Rocco CHINNICI prima, e Antonio CAPONNETTO poi) impegnato in modo professionale elevatissimo e con una dedizione a tempo pieno eccezionale ad inquisire la criminalità mafiosa nei suoi più svariati aspetti. Il predetto, tra gli altri, istruiva il processo a carico della mafia di Altofonte con 21 imputati, quello a carico di Bonanno ed altri nove coimputati per l'omicidio in persona del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, il procedimento a carico di Filippo Marchese e altri 14 imputati per l'omicidio in persona del vice Questore Boris Giuliano. Partecipava all'istruzione, assieme a Giovanni Falcone, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, del c.d. maxi-processo contro la mafia, con 707 imputati, che imponeva ai magistrati un lavoro di indagini di assoluta complessità e delicatezza, che si concludeva con la redazione di una sentenza-ordinanza di oltre 8.000 pagine (in cui la posizione di ciascuno dei 475 imputati rinviati a giudizio veniva compendiata in apposite schede); tale imponente lavoro istruttorio consentiva una conoscenza del tutto inedita del fenomeno mafioso. Il giorno 19 luglio 1992 - domenica (a meno di due mesi dall'eccidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e di tre agenti della scorta), verso le ore 18, Paolo Borsellino si stava recando a visitare la madre in Via D'Amelio a Palermo; giunto davanti al portone d'ingresso scendeva dall'auto blindata sotto la vigilanza della scorta: in quel momento si verificava una deflagrazione violentissima proveniente da un'autovettura FIAT 126 parcheggiata di fronte al portone che determinava danni gravissimi alle abitazioni circostanti e a numerose vetture parcheggiate nelle vicinanze. Così il magistrato perdeva la vita, e con lui cinque agenti: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Limuli. Il dott. Luigi DAGA, direttore dell'Ufficio Studi e Ricerche del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria presso il Ministero di Grazia e Giustizia, veniva inviato in missione al Cairo dal 23 al 29 ottobre 1993 per partecipare, in qualità di relatore, al VI Congresso dell'Associazione egiziana di Diritto Criminale. Il magistrato avrebbe dovuto svolgere una relazione nell'ambito della tavola rotonda sul nuovo codice penale francese ed il progetto di riforma del codice penale italiano. Il 26 ottobre, il predetto subiva un sanguinoso attentato presso l'Hotel Semiramis de Il Cairo, che ne provocava poi, il decesso in Roma il successivo 17 novembre 1993. Il dott. DAGA, che ha trascorso una lunga parte della sua carriera presso gli uffici dell'Amministrazione Penitenziaria, era uno studioso e profondo conoscitore, apprezzato in sede internazionale, di ogni problematica del «carcere» e del mondo penitenziario.

11月24日

LO SDEGNO DI PAOLO BORSELLINO

LE VITTIME DELLA MAFIA UNITE CONTRO IL SILENZIO DELLO STATO.
Dal Sito dei Ragazzi di Locri: "Ammazzatecitutti"

VITTIME DEL DOVERE, DELLA MAFIA, DEL TERRORISMO?
VITTIME.
di Salvatore Borsellino   
venerdì 23 novembre 2007

Salvatore BorsellinoPochi giorni dopo la strage di Via D’Amelio mia madre chiamo’ me e le mie sorelle, Rita e Adele e ci chiese di farle incontrare le mamme di quei ragazzi che il 19 Luglio si erano stretti attorno a Paolo mente suonava il campanello della sua casa per proteggerlo nell’unica maniera in cui potevano proteggerlo, con i loro corpi.
Non potevano proteggerlo in altro modo perché il prefetto di Palermo Mario Jovine non considerava quella strada un obiettivo a rischio e quindi non ne aveva disposto lo sgombero. Non potevano proteggerlo perche’ il procuratore Pietro Giammanco, pur essendo al corrente che era gia arrivato in citta’ il carico di tritolo per l’assassinio di Paolo, non aveva ritenuto necessario avvertilo del pericolo incombente.
O anche peggio come forse potremmo sapere se si venisse a conoscere il reale contenuto della strana telefonata che lo stesso Giammanco fece a Paolo alle 7 di mattina dei quel 19 Luglio nel corso della quale la moglie Agnese senti’ Paolo gridare la sua rabbia al telefono in faccia a quello che avrebbe dovuto essere il suo capo e, in quanto tale, avrebbe avuto il dovere di vigilare sulla sua incolumità.
Lo stesso Giammanco del quale, come ha dichiarato l’allora Maresciallo del carabinieri Carmelo Canale, Paolo aveva intenzione di chiedere l’arresto perchè si potesse scoprire quello di cui era a conoscenza sull’omicidio Lima, il referente politico, in Sicilia, del senatore a vita Giulio Andreotti.
Grazie alla protezione dei corpi di quei ragazzi che si stringevano introno a lui Paolo rimase quasi intero dopo lo scoppio tanto che sua figlia Lucia, che volle correre ad abbracciarlo per l’ultima volta, ci poté dire che Paolo sembrava quasi sorridere, aveva i baffi e la faccia anneriti dal fumo ma sembrava sorridere.

Ma di quei ragazzi non si trovo’ quasi niente, una mano fu trovata in un balcone dei piani alti, un altro venne riconosciuto solo per una brandello del vestito, i pezzi di Emanuela Loi poterono essere riconosciuti solo perché era l’unica donna che faceva parte della scorta.
E in quelle bare che furono testimoni muti della rivolta dei palermitani, alla cattedrale di Palermo, contro quel branco di avvoltoi che, scacciati da noi familiari dal funerale di Paolo, volevano almeno sedersi in prima fila ai funerali degli agenti di scorta, non c’era quasi nulla. Anche se questo non impedì ad uno Stato che mi vergogno a chiamare con questo nome, di richiedere ai genitori di Emanuela Loi il costo del trasporto di quella bara vuota da Palermo a Cagliari.
Mia madre volle incontrare i genitori di quei ragazzi per chiedere di baciare loro, uno per uno, le mani perché come disse loro, avevano donato la vita dei loro figli per quella di suo figlio.
Ed oggi uno Stato sempre piu’ indegno, uno Stato di cui sono costretto a vergognarmi di fare parte, uno Stato che mi fa vergognare di essere italiano, costringe i genitori, i figli, i fratelli, i parenti di questi ragazzi e di tante altre vittime della criminalità mafiosa, se non dello stesso Stato, a incatenarsi ai cancelli della Prefettura di Palermo per reclamare a voce alta i loro diritti. - Non, badiamo bene diritti economici di un vitalizio equiparato a quelle delle vittime del terrorismo, che pure spetterebbe loro di diritto, ma il diritto a che la loro dignità venga riconosciuta, il diritto a che non vengano considerati come vittime di classe inferiore, il diritto a che nelle commemorazioni che pur servono da passerella a politici i cerca di visibilità, i loro figli, i loro padri, i loro parenti non vengano denominato sbrigativamente “ragazzi della scorta” ma, come  è loro diritto, con i loro nomi. - Ma allora perché Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non vengono chiamati “i giudici del pool” e basta, forse perché la gente si indignerebbe a non sentire i nomi di quelli che considera degli eroi?
Ma perché forse non sono degli eroi anche Agostino Catalano,Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Rocco Di Cillo, Antonio Montinari, Vito Schifani. Anche di Francesca Morvillo non viene spesso pronunziato il nome, come se non fosse morta anche lei accanto a Giovanni.
A fronte di ciascuno di questi nomi, e della serie interminabili di nomi di eroi che non vengono mai nominati  ciascuno di noi non dovrebbe nemmeno solo alzarsi in piedi, ma mettersi in ginocchio, e invece li costringiamo ad incatenarsi ai cancelli di una prefettura per reclama il rispetto della loro dignità.

Io chiedo perdono a Sonia Alfano e a quelli che come lei stanno portando avanti questa lotta nel nome di tutti per non essere li insieme a loro, per non essermi incatenato insieme a loro come di sicuro avrebbe voluto e ci avrebbe ordinato di fare mia mamma se fosse ancora in vita.
Vi chiedo perdono, la lotta che stiamo combattendo ha troppi fronti e non sempre si riesce ad essere dove il nostro cuore ci vorrebbe portare, ma sappiate che sono insieme a voi, che Paolo Borsellino è insieme a voi e che insieme a lui la lotta di tutti noi, di tutti noi uniti, riuscirà a realizzare il sogno di giustizia e di libertà per cui sono morti i vostri figli, i vostri padri, i vostri compagni, i vostri fratelli.
Salvatore Borsellino
11月19日

SONIA ALFANO SCRIVE A BEPPE GRILLO

Dal Sito Web di "ammazzatecitutti"

Anche Sonia Alfano si è ammastellata


di Sonia Alfano   
domenica 18 novembre 2007

Sonia Alfano, figlia del giornalista siciliano Beppe, ucciso da Cosa nostra nel '93LETTERA APERTA A BEPPE GRILLO
Caro Beppe,
Ti ho già scritto a settembre e tu molto gentilmente pubblicasti, per ben due giorni consecutivi, la mia lettera indirizzata al capo dello Stato e sottoscritta peraltro da Salvatore Borsellino, con la quale chiedevamo l'intervento di Napolitano per mettere fine all'imbarazzante "esibizione istituzionale" di Clemente Mastella. Ovviamente il tutto era riferito alla vicenda De Magistris. Da allora, come tu ben sai, di acqua sotto i ponti ne è passata ma evidentemente non era pulita da spazzare determinati personaggi.

Con il movimento "Ammazzateci tutti" abbiamo portato avanti svariate iniziative non solo in Calabria, ma anche in Sicilia e nel Lazio, al fine di informare soprattutto i giovani delle scuole circa quello che sta accadendo nel nostro paese. Per molti può sembrare l'ennesimo falso scontro politico ben architettato dietro le quinte e che si concluderà con i soliti tarallucci e vino. E l'operato di Mastella proprio in riferimento a ciò è noto ormai a tutti.

Però, in merito all'annuncio del "clemente" Clemente con il quale ieri ha informato che ti denuncerà per alcune tue esternazioni circa la sua persona e il suo operato, vorrei dirti qualcosa.  La sottoscrittta insieme a Salvatore Borsellino, Rosanna Scopelliti e Aldo Pecora nell'ambito di diverse lettere e interviste rilasciate a diversi organi di stampa, hanno chiaramente ed inequivocabilmente parlato di Mastella definendolo più che amico di un mafioso, testimone di nozze di Francesco Campanella,  nonché bravo ad intrattenere rapporti molto cordiali con esponenti di spicco  dell'indagine WHY NOT; tra l’altro  proprio la sottoscritta nel corso di un'intervista rilasciata a Porta  a Porta l'8 ottobre scorso, e trasmessa la stessa sera, affermava testualmente: "oggi non è più necessario uccidere magistrati come Falcone, Borsellino, Costa, Terranova o come Scopelliti; oggi basta semplicemente trasferire un magistrato con uno strumento normativo come quello che sta adoperando Mastella, e poi tornerà il silenzio".
Mastella in studio, nonostante sia stato pungolato da Vespa, ha commentato gli eventi di quel giorno senza entrare nel merito delle mie affermazioni.

Ma c'è di più: il 18 ottobre scorso ho partecipato ad un faccia a faccia telefonico con Mastella organizzato e pubblicato dalla rivista MicroMega. In circa 35 minuti di conversazione monocorda,  Mastella oltre che difendere la sua amicizia con Campanella e con Saladino, con Bisignani e Musco, continuava a ripetere che lui è una persona perbene e che mi avrebbe querelato se avessi continuato a "scendere nelle piazze per dire alla gente che lui è amico dei mafiosi". Peraltro dispongo dell'audio della telefonata il cui contenuto si potrebbe definire  molto tragicomico. Facevo molta fatica a comprendere le sue risposte, eppure Ceppaloni è in Italia! E pensare che ero convinta che il caro Mastella avesse toccato il fondo quando dopo la trasmissione AnnoZero, si rivolse a me e Rosanna Scopelliti definendoci due giovani qualunque portate negli studi televisivi con chissà quali propositi. Non che essere definite persone qualunque ci offenda, anzi! Semplicemente sconoscendo i nostri cognomi e le storie dei nostri padri, confermava la teoria secondo la quale Mastella da sempre è impegnato a coltivare ben altri rapporti di amicizia  che gli hanno sottratto il tempo necessario per studiare la storia degli ultimi anni del nostro paese.

A questo punto visto che ti querelerà per le stesse cose  dette anche da me, invito pubblicamente lo stesso Mastella a querelarmi, dopodiché in caso di sua vittoria  lo risarcirò con gli stessi soldi che mi devolverà visto  che ha espresso il desiderio di devolvere eventuali proventi da questa  querela a favore delle vittime della mafia. O pensa che querelare familiari di vittime della mafia  non lo porrebbe bene agli occhi dell'opinione pubblica? Opportunismo insomma. Scherzi a parte Mastella, ma lei è veramente convinto di poter continuare a gongolare per come ha propinato e fatto metabolizzare le sue malefatte agli italiani con il placet del capo del governo e non solo, e addirittura continua a credere di poter fare elemosina a chi lei non è neanche degno di rivolgere le sue scuse?
Sonia Alfano
11月7日

MONS. BREGANTINI COME DE MAGISTRIS

MONS. BREGANTINI COME DE MAGISTRIS
Monsignor Giancarlo Maria Bregantini vescovo di Locri, verrà trasferito nella diocesi di Campobasso-Boiano.

CI RISIAMO!!!!!

In Calabria guai a toccare gli interessi delle cosche! Mons. Bregantini è un uomo di Chiesa che non ha perso tempo a schierarsi dalla parte della Legalità, nella nostra ingrata terra. Non mi sono affatto stupito quando il Presule e i suoi giovani sono stati oggetto di attenzione da parte della malavita per il modo di come gestivano i beni sottratti alla ndrangheta. Chi si credeva di essere questo Monsignore venuto dal Nord e cosa pensava di fare in una terra dove gli assassini la fanno da padrone? Davvero pensava, il buon Pastore, di far intravedere una luce di speranza in una terra che è avvolta dal buio dell'inerzia e dell'omertà? Davvero pensava, Lui e qualche Magistrato, di poter restituire le terre confiscate alla Ndrangheta a tanti giovani e farle diventare oggetto di riscatto morale? Eccoli i soggetti deboli nella nostra Calabria: I Magistrati coraggiosi (pochi per nostra sfortuna), i Vescovi che dicono NO! (pochissimi) e i giovani, tutti, vere vittime in questa maledettissima terra! 

E La Società Civile? Il Mondo delle professioni? TUTTI COLPEVOLI per il pesante silenzio e per l'ignoranza che domina - PADRONA - sui nostri destini. Pigri e disinteressati a difendere - ognuno - i propri miserevoli privilegi.

E la Politica? Cazzarola, dimenticavo la Politica! Ma di questa non voglio nemmeno più parlare, perché non c'è e si nasconde, quando bisognerebbe gridare, dietro un colpevole silenzio!
Siamo così in attesa della Bolla Papale che ufficializza il trasferimento di Mons. Bregantini e siamo in attesa del destino di De Magistris sperando, ingenuamente sperando, nel coraggio del CSM e del Capo dello Stato.

Non c'è nemmeno bisogno di soffermarsi sul fatto che chi tocca gli interessi Politico-Mafiosi deve essere zittito, prima che combini qualche danno ai tanti uomini di coppola in libera circolazione e che invitano tutti noi al silenzio e alla moderazione!

11月6日

ADDIO ENZO BIAGI

Poco più di mezzora fa, Enzo Biagi, lascia la sua vita terrena. Tutta la Nazione piange la scomparsa di un pilastro del giornalismo Italiano, caratterizzato da una mitezza unica che non lasciava spazio al doppio pensiero e all'asservimento ai potenti. Della sua lunga carriera e dei suoi scontri con il potere ricorderemo la brutta parentesi sotto il Governo Berlusconi, quando, in barba all'articolo 21 della nostra Costituzione, veniva allontanato dalla Rai insieme a Santoro e Luttazzi.
Ricordiamo, a tal proposito, alcuni brani della sua ultima intervista.
Parlando della situazione politica Italiana, Biagi  con sarcasmo dice: "W la Francia, W la Spagna, purchè se magna!", ricordandoci che in Italia la politica è responsabile della sparizione di ingenti risorse finanziarie, in ogni tempo. E ancora, parlando della sua cacciata dalla Rai:
D. In questi quattro anni, chi avrebbe voluto intervistare?
R. Berlusconi!
D. Cosa avrebbe voluto chiedergli?
R. Lei che cosa ha dato alla Politica e cosa ha ricevuto?
Non  vogliamo commentare queste parole, ma attendiamo gli eventi per vedere se  Mediaset  programmerà una Fiction su Enzo Biagi, così come è stato fatto per Borsellino, omettendo, però, l'intervista del Magistrato in cui parlava di Berlusconi, Mangano e Dell'Utri.
Addio Enzo! In un tempo abitato da paraculo asserviti al potere, sarà difficile ritrovare uomini come te (c'è Travaglio, ma è ancora troppo guaglione).
Salutaci Indro, sicuri che vi siete già ritrovati nel Cielo degli uomini liberi!